Skip to Content

Wednesday, August 21st, 2019

Bilancio di fine legislatura Renzi-Gentiloni: tasse da record e immobilismo

Closed
by December 30, 2017 General

Nella legge di bilancio 2018, secondo Unimpresa, c’è una stangata da 60 miliardi di euro tra Iva e trappole fiscali. In Italia fisco al 42,9% del Pil contro una media Ocse del 34,3% (65% sui redditi d’impresa). Rincari sulle bollette energetiche delle famiglie per sgravare le imprese

renzi gentiloni abbraccioQuella che si è appena chiusa è stata la legislatura dei record: da quello della pressione fiscale, a quello dell’immobilismo, alle mancate riforme, alla burocrazia mai doma, ai trucchetti delle tre carte buoni per spremere all’inverosimile i contribuenti onesti. Un risultato, quello dei governi Renzi-Gentiloni, davvero al di sotto delle aspettative dei cittadini.

Guardando al fronte fiscale, con la legge di bilancio 2018 appena approvata a suon di fiducie è pronta a scattare una stangata di proporzioni rilevanti: secondo il Centro studi di Unimpresa, nei prossimi tre anni è prevista una mazzata fiscale superiore ai 60 miliardi di euro. Oltre 30 miliardi in più di tasse corrispondono all’aggravio Iva che farà salire il balzello sui consumi fino al 25% nel 2019-2020. E altri 30 miliardi saranno prelevati dalle tasche dei contribuenti grazie a una lunga lista di misure contenute nella legge di bilancio. Si tratta di trappole fiscali che faranno lievitare il gettito dello Stato: nella manovra sono contenute ben 27 voci, in qualche modo nascoste o comunque poco note, che portano complessivamente a far lievitare le entrate nelle casse dello Stato per complessivi 29,6 miliardi nel triennio 2018-2020. In totale, dunque, i contribuenti italiani, imprese e famiglie, dovranno pagare all’erario 60 miliardi in più. 

Secondo Unimpresa, il provvedimento sui conti pubblici stabilisce il rinvio dell’aumento dell’imposta sul valore aggiunto al 2019 ed evita, così, un incremento del carico fiscale a carico di famiglie e imprese, per il 2018 (anno elettorale), pari a 15,7 miliardi di euro. Ma si tratta di mancati aumenti tributari e non di tagli. E comunque la stretta fiscale è solo rinviata: secondo i calcoli dell’associazione, nel 2019-2020 l’aumento difficilmente scongiurabile delle aliquote Iva (quella ordinaria dal 22 al 25% e quella agevolata dal 10 all’11,5%) comporterà complessivamente un aumento del gettito tributario superiore a 30 miliardi di euro. Nel 2019, l’incremento sarà di 11,4 miliardi e nel 2020 di 19,1 miliardi per un totale di 30,5 miliardi. 

E poi ci sono le 27 trappole fiscali, grazie alle quali lo Stato incasserà 29,6 miliardi aggiuntivi, cifra che porta il totale della stangata a 60,1 miliardi. Nel dettaglio, per quanto riguarda le trappole, il gettito tributario complessivo salirà nel 2018 di 11,7 miliardi, di 9,5 miliardi nel 2019 e di 8,3 miliardi nel 2020. Dalle misure sulla fatturazione elettronica derivano aumenti delle entrate per 202,2 milioni, 1,6 miliardi e 2,3 miliardi per un totale di 4,2 miliardi nel triennio. La stretta sulle frodi nel commercio degli oli minerali “vale” rispettivamente 272,3 milioni, 434,3 milioni e 387 milioni per complessivi 1,09 miliardi. La riduzione della soglia dei pagamenti della pubblica amministrazione a 5.000 euro frutta all’erario 145 milioni, 175 milioni e 175 milioni per complessivi 495 milioni. Dai nuovi limiti alle compensazione automatica dei versamenti fiscali derivano 239 milioni l’anno per tutto il triennio, con un totale di 717 milioni. L’aumento dal 40 al 55% (per il 2018 e per il 2019) e al 70% (dal 2020) degli anticipi delle imposte sulle assicurazioni porteranno più entrate pari a 480 milioni nel 2018 e nel 2020 per 960 milioni complessivi. 

Il ridimensionamento del fondo per la riduzione della pressione fiscale vale 377,9 milioni per il 2018, 377,9 milioni per il 2019 e 507,9 milioni per il 2020 per un totale di 1,2 miliardi. Le nuove disposizioni in materi di giochi valgono in totale 421,2 milioni (rispettivamente 120 milioni 150,6 milioni e 150,6 milioni). Sono sei, in tutto, le voci che riguardano le detrazioni per spese relative alla ristrutturazione edilizia o alla riqualificazione energetica: un “pacchetto” che porta a un incremento di gettito, rispettivamente, per 145,3 milioni, 703,7 milioni e 4,3 milioni per un totale di 853,3 milioni. I cosiddetti “effetti riflessi” derivanti dai rinnovi contrattuali e dalle nuove assunzioni portano a maggiori entrate per 1,02 miliardi, 1,08 miliardi e 1,1 miliardi per complessivi 3,2 miliardi. Il differimento al 2018 dell’entrata in vigore della nuova Iri (imposta sui redditi) “vale” 5,3 miliardi nel 2018, 1,4 miliardi nel 2019 e 0,1 miliardi nel 2020 per un totale di 6,8 miliardi in più di tasse. Altri 4,04 miliardi complessivi, nel triennio in esame, sono legati all’imposta sostitutiva sui redditi da partecipazione delle persone fisiche: 1,2 miliardi nel 2018, 1,4 miliardi nel 2019 e 1,4 miliardi nel 2020. Vi sono, poi, altre 11 voci, piccole misure e interventi vari, che comportano 5,4 miliardi aggiuntivi di entrate nel triennio: 2,1 miliardi nel 2018, 1,8 miliardi nel 2019 e 1,4 miliardi nel 2020.

«Ancora una volta i cittadini e le imprese si preparano ad aprire il portafogli per sostenere i conti pubblici: i contribuenti sono spremuti all’osso, ma la manovra va bocciata per sei motivi» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci, secondo cui la manovra «non contiene misure importanti per tagliare le tasse alle imprese, anzi allontana la nuova Iri che potrebbe progressivamente portare a una aliquota unica per le imprese; rimanda il problema della clausole di salvaguardia dell’Iva al 2019, creando ancora una volta incertezza sul prelievo tributario relativo ai consumi, con un aggravio di quasi 20 miliardi di euro che incombe; non interviene sul costo del lavoro, lasciando intatto il cuneo fiscale e il peso dei contributi a carico delle aziende, che ormai non assumono più a tempo indeterminato, ma sono di fatto costrette a creare solo posti a tempo determinato e quindi un esercito di nuovi precari; ignora le esigenze delle famiglie, alle prese con enormi difficoltà soprattutto a causa dell’occupazione in calo e dei redditi in discesa; dimentica la questione del debito pubblico, che continua a rappresentare la principale zavorra per la ripresa economica; non rilancia gli investimenti dello Stato, indispensabili per favorire la crescita del prodotto interno lordo dopo una lunga fase di recessione».

L’azione congiunta dei governi Renzi-Gentiloni (quello Letta è stato ininfluente) ha fatto sì che nel Belpaese si aggiri una pressione fiscale da record, 42,9% contro una media Ocse del 34,3% che strozza sul nascere ogni velleità di crescita dell’economia, condannando il Paese ad una crescita che è mediamente dimezzata rispetto agli altri competitori europei, senza considerare lo scenario degli Usa dove la recentissima riforma fiscale varata da Trump promette faville. Tanto che le imprese che continuano ad ostinarsi a lavorare in Italia con un carico fiscale complessivo del 65% devono essere considerate all’unisono martiri ed eroi.

Ne va bene il fatto che l’Italia sia al settantanovesimo posto nell’Indice mondiale della Libertà economica, distantissima dal podio con Hong Kong, Singapore e la Svizzera, e ben dietro a nazioni non propriamente dal capitalismo avanzato come Namibia e Costa d’Avorio.

A complicare le cose c’è anche la cervelloticità del legislatore e del suo braccio fiscale: la nuova “web tax” voluta dal centrosinistra penalizza le aziende italiane a tutto vantaggio delle multinazionali. Chi lo dice è l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) dopo l’esame del tributo, un soggetto non tacciabile di partigianeria. In particolare, c’è il rischio di una doppia imposizione, che la tassa porti svantaggi competitivi, oltre ad essere di difficile applicazione come tutto quanto sa di fisco in Italia. La nuova “web tax” viene bocciata dall’Upb, secondo cui l’unica soluzione «efficace», per contrastare l’eluzione fiscale aggressiva delle grandi multinazionali del web, passa per delle «azioni di cooperazione e di coordinamento» tra i diversi paesi dell’Ue. Il nuovo tributo, scrive l’Ufficio parlamentare di bilancio «potrebbe determinare uno svantaggio competitivo delle imprese residenti, sia rispetto al mercato tradizionale interno, sia rispetto al mercato internazionale». I ricavi delle imprese digitali residenti, infatti, ricorda l’Upb, «sono sottoposti non solo al nuovo tributo, ma anche alle altre imposte dirette con le aliquote vigenti in Italia, con un onere di imposta effettivo più elevato.

Infine c’è la stangata appioppata sui consumi energetici delle famiglie. Non pago di mantenere i costi dei carburanti tra i più cari al mondo, il governo Gentiloni ha pensato bene di scaricare sulle bollette dei consumatori ben 1,7 miliardi di euro di incentivi a favore delle imprese energivore (circa 3.000 aziende) che andranno ad aggiungersi agli oltre 13 miliardi di incentivi alle rinnovabili che ogni anno vengono caricati sulle bollette. In questo modo, gli oneri di sistema, una componente della bolletta complessiva, inciderà sulla bolletta elettrica per circa il 20%, cui s’aggiungono Iva e accice varie per un altro 25%, tanto che la “materia prima”, energia elettrica o gas, ormai “vale” per meno della metà di quanto si paga in bolletta.

A questo roseo futuro s’aggiunge la decisione dell’Autorità per l’energia che ha diffuso l’aggiornamento delle condizioni economiche di riferimento per famiglie e piccoli consumatori nel cosiddetto servizio di maggior tutela (quello dedicato ai clienti che non hanno scelto il mercato libero, ma che dovranno aderirvi obbligatoriamente a partire dal 2019). L’aumento previsto per i prossimi tre mesi sarà del 5,3% per la luce e del 5% per il gas. In soldoni, per una famiglia tipo si stima una stangata annua di 535 euro, con un aumento di circa 37 euro (il 7,5%) rispetto ai 12 mesi precedenti, per la bolletta elettrica. Mentre per il gas la tariffa salirà a 1.044 euro, 22 in più (il 2,1%) rispetto al periodo precedente.

Previous
Next