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Tuesday, December 10th, 2019

Il doping russo travolge la IAAF e inguaia anche la WADA

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by November 28, 2016 General

Alex Schwazer aveva ragione: il mondo dell’Atletica non è per nulla pulito. Una nuova inchiesta condotta dalla televisione tedesca ARD e dal quotidiano francese Le Monde apre infatti a scenari sempre più sporchi di quel filone di indagini che potrò alla scoperta del sistema di stato volto a protezione degli atleti russi.

I nomi che ne vengono fuori non sono per nulla banali. Anzi, come al solito ci sono i protagonisti mondiali dell’atletica: marcia e fondo in primis. Dalla maratoneta Shoboukhova alle sue colleghe Zaripova e Kaniskyna, ai marciatori iridati e olimpionici di varie distanze Borchin, Kanakyn, Kirdiapkin. Tutti russi. Ma non solo.

borchin russia london

borchin russia londonAFP

La novità proviene infatti anche dalla scoperta di una lista di cosiddetti ‘ambasciatori IAAF’ non di nazionalità russa, che gli autori dell’inchiesta di ARD e Le Monde – Florian Riese Wiecke e Yann Bouchez – citano abbastanza chiaramente: “Sorprendentemente abbiamo trovato lì alcuni atleti britannici di primo piano, tra cui un campione olimpico e icona dello sport in Gran Bretagna. La nostra domanda è: perché la IAAF non ha chiesto alla federazione della Gran Bretagna una sanzione per questi atleti?”

Documenti attendibili

L’inchiesta si basa su una concreta dose di documenti che i due giornalisti sono riusciti a ottenere, e che anche il quotidiano Guardian ha valutato come attendibili e originali. Un sistema di protezione totale – da lì il nome ‘Total Protection’ – fondato su una rete di complicità in cui gli atleti pagavano per nascondere l’imbroglio del doping e affinché il passaporto ematico – strumento più efficacie – fosse neutralizzato. Nove email, emerse dal procedimento penale in corso in Francia, confermano la corruzione di importanti dirigenti dell’atletica mondiale. Alcuni dei quali, come il direttore dell’antidoping IAAF, ancora in carica.

Il documento incriminato (credit ARD)

La confessione

L’inchiesta porta testimonianze dirette, come quella della Shaboukova, che davanti alle telecamere confessa: “Ho pagato per evitare di essere esclusa dalle Olimpiadi di Londra“. Ma porta, come detto, anche altre prove, come un documento che mette per iscritto nomi e cifre incassate – 300, 400, 600mila dollari – per uscirne sempre puliti. Un giro stimabile in milioni, una vera e propria attività criminale che con la complicità della vecchia dirigenza della IAAF – quella accusata da Schwazer – filava liscia come l’olio. In primo piano ci finiscono dunque ovviamente l’ex presidente Lamine Djack e suo figlio Papa Massata, ma anche l’ex capo della federazione russa Balaknichev (recentemente radiato), ma anche un nuovo personaggio, il senegalese Pamodzi, titolare della Pamodzi Consulting, cui sarebbero finiti alcuni sostanziosi pagamenti di atleti dopo un giro vorticoso fra Russia, Singapore e Senegal la patria dei Diack.

Tutti spariti i protagonisti? Non proprio…

La vera bomba però, a conclusione di tutto questo, sarebbe nella complicità anche della WADA. I giornalisti sono venuti in possesso infatti di un documento timbrato ufficialmente dall’agenzia mondiale antidoping datato 7 novembre 2014: a quell’epoca non era ancora scoppiato lo scandalo russo del cosiddetto “doping di stato” e il contenuto pone la WADA in una posizione piuttosto compromettente. Al suo interno vi sono citati infatti il ministro e il vice ministro russo dello sport e si fa riferimento alla vicenda del pagamento di somme in cambio di impunità all’antidoping, con i nomi degli atleti sopra citati e le somme ricevute. La reazione della WADA da quel novembre all’effettiva presa di conoscenza di quello che sarebbe poi diventato lo scandalo che tutti abbiamo conosciuto? Nessuna.

Sir Craig Reedie, President of World Anti-Doping Agency (WADA) poses for a photograph following a media symposium at Lord's cricket ground in London on June 20, 2016. Craig Reedie, the head of the World Anti-Doping Agency, indicated today he would be prep

Sir Craig Reedie, President of World Anti-Doping Agency (WADA) poses for a photograph following a media symposium at Lord’s cricket ground in London on June 20, 2016. Craig Reedie, the head of the World Anti-Doping Agency, indicated today he would be prepAFP

Interpellato a Galsgow il 20 novembre scorso, il presidente WADA Sir Craig Reedie si è detto all’oscuro, ma il documento che viene mostrato nel filmato porta la sua firma e quella del neo direttore della WADA Oliver Niggli. E’ l’immagine del pantano dello sport professionistico che tra interessi e poteri più o meno occulti, dovrebbe controllare sé stesso. Fallendo spesso miseramente.

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