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Wednesday, November 20th, 2019

La guerra per attirare le grandi corporation. Paradiso Vuanatu, inferno Bolivia. La mappa mondiale

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by August 31, 2016 General

MILANO – Specchio specchio delle mie brame, chi ha le tasse più basse del reame? Risposta facile: un paradiso. Fiscale e non solo. Negli atolli delle Vuanatu, in piena Oceania, il balzello fiscale (tutto compreso) è solo l’8,5%. I cittadini e le imprese del paese, causa riscaldamento globale del pianeta, sono tra i primi a rischiare di finire sott’acqua. Per ora, però, si possono consolare con il regime erariale più generoso della terra: su 100 euro guadagnati, solo 8,5 se ne vanno in direzione dell’agenzia delle entrate, inclusi prelievi sui profitti.

Imu e Tasi locali, bolli auto e Iva su consumi elettrici e dell’acqua. La hit parade delle tasse mondiali compilata dalla PriceWaterhouseCooper è la spiegazione – in numeri – del perché le grandi aziende mondiali, Apple e i big hi-tech in testa, hanno passato gli ultimi anni a cercare di mettere su casa (e sede legale) dove il fisco è meno esigente. L’Italia, per dire, viaggia al 191esimo posto, con un carico erariale del 64,8%. Gli Usa, pur con un molto più economico 40,9%, viaggiano oltre il 100esimo. E molte nazioni oltre l’Irlanda, da qualche anno a questa parte, hanno usato l’arma delle aliquote low-cost per provare ad attrarre aziende ed entrate dalle aree del mondo dove il fisco è più arcigno. La stessa Gran Bretagna, per dire, dopo il voto sulla Brexit ha minacciato un drastico taglio alle aliquote per le imprese per provare a tamponare la fuga di società e banche d’affari spaventate dall’addio all’Europa.

LA CLASSIFICA DEI PAESI A BASSA TASSAZIONELE MACRO AREE

Le prime fila della classifica Pwc sono occupate dal trionfo del “piccolo è bello”, mini-paesi – Brunei, Timor, Macedonia & C. – dove la leva delle tasse ridotte è pure utile per motivi di consenso interno. I primi veri e propri paradisi fiscali a portata di imprese (dotati cioè del minimo di infrastrutture necessarie per fare business) sono Qatar (11,3%), Kuwait (13%) e Arabia Saudita (15%), impegnate a diversificare le loro economie dal petrolio attirando servizi e tecnologie. Mentre Singapore (15esimo con il 18,4% di tasse totali) è la prima nazione ad aver avuto davvero successo con questa politica. Il Lussemburgo – finito non a caso pure lui nel mirino della Ue per le sue poltiche fiscali con lo scandalo Luxleaks – è al 20,1% di imposte con l’Irlanda “solo” 33esima con il 25,9%. I numeri però ingannano. L’appeal fiscale ha attirato a Dublino stuoli di avvocati e banchieri d’affari. Che studiando le pieghe delle normative nazionali e rimbalzando profitti tra Irlanda, Olanda e Bermuda (come con il famigerato metodo del “Double Irish-Dutch Sandwich”) hanno ridotto le aliquote reali a cifre da prefisso telefonico. Come dimostra lo 0,005% pagato dalla Apple – e da molti grandi big Usa, Google compresa – in Irlanda.

Paese che vai, tassa che trovi. Ecco quanto si paga di tasse nei Paesi europei in cui è più facile fare affari o spostare le proprie casseforti

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