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Wednesday, November 13th, 2019

Lo scambio di notizie per superare le black list

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by April 8, 2016 General
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Questo articolo è stato pubblicato il 08 aprile 2016 alle ore 07:26.

Ha poco senso combattere l’evasione fiscale internazionale con armi nazionali come le black list. Come lo è tentare di contrastare i gruppi jihadisti e i flussi finanziari che li alimentano (e che non di rado utilizzano gli stessi illeciti canali di riciclaggio) innalzando muri alle frontiere.

Il sistema delle liste nere, a cui pure ora la Francia di François Hollande vorrebbe tornare per “sanzionare” Panama, ha dimostrato, come rilevava ieri sulle pagine di questo giornale Donato Masciandaro, una sostanziale inefficacia e “porosità” rispetto al mutare degli equilibri geopolitici.

D’altro canto, lo scandalo dei Panama Papers che sta travolgendo l’establishment mondiale, dalla Gran Bratagna di David Cameron alla Cina di Xi Jinping fino alla piccola Islanda, è ancora più deflagrante per la credibilità della governance mondiale se si pensa al fatto che a seguito del crack economico post-Lehman del 2008 è stata lanciata un’inedita offensiva contro l’evasione internazionale per rimpinguare le dissestate casse pubbliche.

A guidare la “coalizione” per frenare il deflusso illecito dei capitali sono stati gli Usa di Barak Obama che, facendo leva sul Foreign Account Tax Compliance Act (Fatca), hanno spinto prima l’Ocse e poi la Ue ad adottare il cosiddetto «Crs», Common reporting standard. Una sorta di “Grande Fratello” fiscale che, gradualmente, a partire dal 2017, metterà in diretta comunicazione le amministrazioni di un centinaio di paesi. Ogni anno, ciascuna di esse dovrà scambiare in automatico con le altre i nominativi dei residenti stranieri di conti correnti, strumenti di risparmio o di investimento aperti presso banche o istitutizioni del proprio paese. Un database della finanza globale, al quale hanno accettato di partecipare quasi tutti gli ex santuari del segreto bancario, come la Svizzera, Singapore, Cayman e il Principato di Monaco. Questi paesi, in cambio della trasparenza, potranno restare nel circuito finanziario legale. Un rifiuto sarebbe equivalso a un embargo multilaterale.

Anche il Governo panamense aveva dichiarato l’intenzione di far parte del Crs, ma poi ha tergiversato per parecchi mesi sui tempi di adesione ufficiale (i maligni sostengono per consentire agli “ospiti” finanziari di mettersi al riparo). E un atteggiamento analogo lo sta tenendo anche l’ultimo dei tradizionali paradisi fiscali recalcitranti, il Barhain.

Ora il problema è capire in quanto tempo le barriere fiscali costruite attorno agli Stati “canaglia” delle tasse si trasformeranno in opportunità per altri.

I capitali in fuga dalle “terre emerse” stanno cercando (e trovando) rifugio altrove: in paesi ad alto rischio (dall’Angola a Tonga) fuori dallo spettro del Crs; o in paesi più evoluti, dove possono trovare riparo e accoglienza in porti franchi (come il Delaware a cui alludeva ieri Hervè Falciani ) o sotto schermi giuridici innovativi su cui gli scienziati della pianificazione fiscale aggressiva sono già al lavoro.

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