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L'ordine svizzero di una società felice in cui dal Piemonte ti imbatti a Singapore

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by July 23, 2017 General

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TERESIO ASOLA – “Buona festa nazionale”, esclama un addetto dell’aeroporto Changi di Singapore aiutandoti, non richiesto, a scaricare gli zaini dal trolley.

Sorride stringendo gli occhi a mandorla e ti porge la mano. Gliela stringi e ricambi augurio, saluto e sorriso: un concentrato della positività, dell’ottimismo e del sole che per una settimana hai visto brillare non solo nel cielo e tra le corolle profumate di frangipani, orchidee e gelsomini, ma anche in quegli sguardi. E in quella gentilezza, che capisci essere genuina. Pensi che questo sarebbe un bel posto in cui vivere, nonostante il caldo che pure credevi più intenso, mitigato da brezze fragranti.

Qui, dove tuo figlio ha trovato immediatamente lavoro in una multinazionale dopo una laurea presso una prestigiosa Università locale, t’imbatti nella versione asiatica dell’ordine svizzero, del senso civico britannico. Hai camminato in buon ordine a sinistra su scale mobili e atteso l’apertura delle porte della metro a sinistra e a destra per permettere l’uscita in centro come indicano i segnali a terra.  E hai sorriso all’indiano con segno rosso in fronte che ha chiesto a tua moglie se volesse sedersi: “No, grazie”, lei. “Sicura?” ha ribadito lui.

Dapprima hai pensato che fosse dovuto a leggi rigide e dure sanzioni, che pure ci sono. Ora parti per Hanoi, convinto che non sono i 500 dollari di multa se mangi o bevi sulla metro o i 15 mesi di reclusione comminati a un autista di bus di cui hai letto sul giornale o la pena di morte per gli spacciatori, ad aver fatto di questa città-stato un posto in cui desiderare vivere.

Dovevi venire qui, a un grado sopra l’Equatore, per apprendere o confermarti che la ricetta del bel vivere è fatta di tanti ingredienti: il lavoro, cosa normale e non utopia, che accende i volti di queste belle persone, tutte eleganti senza spocchia; la mescolanza di lingue, l’eguale dignità dell’inglese e del cinese, soprattutto, ma anche del malese e del tamil; il rispetto per le culture, le razze, le confessioni religiose; trovare la moschea accanto al tempio hindu e questo a un edificio buddista oppure a una chiesa anglicana o cattolica, come giusto sotto il tuo ostello, allietato dal suono di campanelle del tempio buddista fatte suonare dal vento accanto alla Holy Trinity Church.

E sorridi, ancora, quando il canto di un muezzin si scioglie nel rintocco di una campana buddista, anglicana o cattolica, o di un tamburo o delle trombe indiane, e non ti sorprendi più del tempio indiano a Chinatown e di quello cinese a Little India, ma entri volentieri in tutti gli edifici religiosi, sorridendo a vedere la moglie drappeggiarsi il sari rosso datole all’ingresso del tempio perché si coprisse gambe e spalle.

Sali sull’aereo per Hanoi convinto che questa, pur essendo una società consapevole del proprio benessere, non è per nulla la Montecarlo asiatica che ti eri figurato; la ricchezza, anche se capisci volgendo lo sguardo a quei grattacieli che esiste, non è ostentata.

E riparti convinto della ricetta della felicità per una società: lavoro, studio, servizi efficienti, colori, opportunità, fiducia nel domani, rispetto per le persone e le regole, umiltà, oltre alla capacità di essere multiculturale, multirazziale, multiconfessionale, multilinguistica. E saper sorridere, sempre.

Teresio Asola

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